“A musical magician” – Voix des Arts—————————————————- “Un clave primoroso” – La Nueva Espana

 

Scriveva il grande Ferruccio Busoni: “la musica è aria sonora”. Una definizione, questa, che mi è rimasta appiccicata addosso come un intero barattolo di miele. Mi ha da sempre dato l’idea di una nuvola sospesa, dell’inafferrabile e spumoso esercizio a cui ci impone la materia sonora, tesa fra la sua “presenza” e la sua “assenza”, fra il “silenzio” e “l’esserci”. Chi fa musica si aggira di per sé in un perimetro di coraggio. Ha perennemente a che fare con il concetto di “inafferrabilità”, “intangibilità”, in un pendolo, metaforico ma neanche tanto, di vita e di morte. C’è un’istanza cromatica (richiamo all’etimo della parola ed al suo riferimento all’ambitus del colore) ed eccedente nella musica che inevitabilmente ne segna il cammino: render manifesto (a colori) l’ineffabile. A questa meravigliosa alchimia credo sia chiamato il musicista. Render manifesto l’ineffabile. E allora, nel ritagliare spicchi di cielo e nel ricomporli uno ad uno sulla terra ferma, mi ricordo di una piccola me di tanti anni fa, a far da specchio al mio personale eccedente e costruire il mio “perimetro di coraggio”, in tanti minuscoli puzzles. E’ il coraggio di impastare con le proprie mani una materia che non si vede, di scegliere, definire, azzardare, tentare indefinitamente. Indefessamente.

Cosa s’intende per render manifesto l’ineffabile? Da molti punti di vista l’esperienza musicale appare quasi come esperienza pre-linguistica, non accessibile all’intelletto formalizzante se non sotto qualche forma di intuizione. Se si vuol tentare un approccio che superi l’opposizione platonica mai risolta completamente (musica come tono emotivo della parola legato all’ordine dei sentimenti e tendenzialmente ad un piano irrazionale vs musica come traccia di ordine matematico, manifestazione sensibile dell’intelligibile) risulta centrale porsi il problema di come e in quale misura sia possibile analizzare, codificare, descrivere l’esperienza musicale e sotto quali aspetti tale esperienza sia invece esperienza ineffabile. Cercando di rendere manifesto il render manifesto ci apriamo ad un possibile campo di ricerca in cui oggetto della visione e oggetto dell’ascolto sono posti in relazione dialogica, quasi che nella concrezione visiva la musica pensi di essere più ascoltata. Se fine della composizione artistica è comporre belle forme basate su perfette armonie e proporzioni destinate a durare, allora la musica ne risulta ontologicamente sconfitta. Le forme musicali sono caduche e sfuggenti, con le parole di Leonardo, la musica “si va consumando mentre ch’ella nasce”. Una rappresentazione pura come quella pittorica si impone alla coscienza del soggetto che la contempla come definitiva, completa, immutabile. Nella visione, fin dal primo istante il quadro sussiste immobile, in uno spazio atemporale in cui non vi è alcun divenire dinamico in atto. Se le pittura si nutre di valori assoluti, dati una volte per tutte e immutabili, la musica vive nell’incessante divenire: la musica è nel tempo, non è mai data per sempre, è inafferrabile, si staglia fra il desiderio di rappresentazione e il suo essere in continuo divenire. La sua temporalità come la definisce Giovanni Piana è un fluire, è tempo che scorre. Il tempo musicale non ha inizio né fine, non si esaurisce nel silenzio, è un trascorrere incessante non limitabile in confini prestabiliti.

Ancora parafrasando Piana, “la musica è un serbatoio di immagini inesplose, in esso vi risiedono eccesso di senso e eccesso di immagini”. C’è uno strabordante fluire di vita nel tempo musicale, come se in esso si racchiudesse la memoria senza tempo di un legame indissolubile e indecifrabile fra l’interiorità e tutto ciò che è fuori. Proprio lo scarto insanabile che sussiste fra soggetto e oggetto, fra interno ed esterno, ha da sempre alimentato i tentativi di portare la musica dal profondo fluire temporale alla luce degli occhi. E’ il tentativo logico-razionale (di prevalente appartenenza alla tradizione occidentale) di tradurre in una struttura comprensibile e comprensiva tutto ciò che sfugge ed è pericolosamente ambiguo. Ma è anche il tentativo e il miraggio di innumerevoli artisti (vedi Klee, Kandinsky, Skrjabin, Arcimboldo, Leonardo) e filosofi-scienziati (fra gli altri, Kircher, Newton, Helmholtz, Wittgenstein) di investigare e capire le intime connessioni, le ipotetiche relazioni, le interferenze segniche che intercorrono fra processi artistico-creativi apparentemente diversi.

”La musica crea ponti attorno a sé che sottolineano l’eccedenza di significato della musica piuttosto che la sua assenza”.

E’ da questi ponti che prendono spunto i miei progetti musicali